Cercare un senso nel dolore del lutto
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Quando viviamo un lutto, c’è una domanda che arriva quasi subito, come un bisogno primario:
“Perché è successo?”
È una domanda naturale e profondamente umana.
Se ci pensi, passiamo la vita a dare nomi alle cose per poterle identificare e comprendere.
Con le parole definiamo la realtà.
Con i nomi identifichiamo le persone.
Con i ruoli le collochiamo, dando loro un posto, a volte anche una funzione.
Abbiamo bisogno di ordine e di senso.
Quando qualcuno muore la vita ci mette davanti a qualcosa di più grande di noi …
Lo dicono tutti: la morte è l’unica cosa certa della vita, ma nessuno ci insegna ad affrontarla.
Cerchiamo una spiegazione non solo per capire, ma per poter accettare.
Per dare valore a ciò che è stato e dare a noi stesse il permesso di andare avanti. Tuttavia, in questi momenti, stiamo cercando di definire l’indefinibile.
Il limite del mentale quando si affronta un lutto
Quello che spesso non vediamo è che il tentativo di rispondere - troppo presto - a questa domanda ha un costo. Pensare richiede energia.
Se ti fermassi ad osservare i tuoi pensieri per una settimana, noteresti qualcosa di molto semplice: non sono infiniti. Sono una manciata, sempre gli stessi, che continuano a ripetersi.
E questo, nel tempo, diventa sfiancante.
Non solo: più cerchiamo risposte, più rischiamo di non trovarne.
Hai presente quando non ricordi il nome di un attore e più ti sforzi meno ottieni … Poi, sotto la doccia, quando non ci pensi più in un lampo ti arriva? Ecco, questo accade perché sotto stress il nostro cervello non funziona al meglio delle sue potenzialità.
Spesso dopo un lutto nemmeno ciò in cui si è sempre creduto — come la religione o una visione della vita — riesce a darci una spiegazione che sentiamo vera … Qualcosa dentro si incrina.
Può emergere un pensiero silenzioso ma potente: “Allora non posso fidarmi di niente e di nessuno?!”
Il dolore si complica, perché non è più solo perdita: diventa disorientamento.
Il lutto non può essere “capito”
Siamo state abituate a credere che capire sia la strada per stare meglio, ma non è sempre così.
Nel dolore profondo, spesso accade il contrario: più cerchiamo di capire, più creiamo resistenza e, senza accorgercene, chiudiamo le porte proprio a ciò che potrebbe aiutarci.
Non perché stiamo sbagliando qualcosa, ma perché stiamo cercando di compiere quel passaggio con uno strumento - la logica - che da solo non basta.
Il senso non è qualcosa che si costruisce con la mente, ma qualcosa che, a un certo punto, si rivela.
C’è una differenza sottile ma fondamentale tra:
cercare di capire
e lasciare che il senso emerga
Nel primo caso, sei nella testa. Controlli. Analizzi. Ti sforzi.
Nel secondo… vivi.
E forse, in questo momento, “vivere” o “lasciarti andare” è l’ultima cosa che vorresti sentirti dire.
Quando il dolore è forte, anche solo respirare dentro a quello che stai vivendo può sembrare troppo.
Eppure, nella mia esperienza, personale e con le donne che accompagno, ho visto emergere qualcosa di molto prezioso: una presenza profonda nel qui e ora che rende il dolore attraversabile.
In quella presenza iniziano ad arrivare intuizioni, magari non immediatamente chiare: a volte il senso si mostra nel tempo. A volte cambia forma.
A volte non è nemmeno qualcosa che puoi spiegare a parole.
Se in questo momento senti solo confusione, rabbia, vuoto o stanchezza… non c’è niente da aggiustare. Non sei indietro: è molto difficile — se non impossibile — che il senso si riveli subito.
E forse non è nemmeno quello il suo compito.
A volte, il senso arriva dopo.
Si costruisce nel modo in cui scegli di vivere dopo quella perdita. Emerge nella tua evoluzione.
Forse la verità più difficile da accettare è questa: il senso non si può forzare.
E cercarlo a tutti i costi può allontanarti proprio da ciò che stai cercando.
Ma c’è anche un’altra verità, più profonda, che puoi scegliere di fare tua: anche se oggi non lo vedi, non significa che non esista.
Per me, ad esempio, ad un certo punto è stata una sensazione chiara: il padre di mia figlia “è uscito” dalla mia vita per permettermi di evolvere.
Ovviamente non ho la pretesa che questa sia una risposta universale. Ognuno ha la sua storia.
Un piccolo invito, per quando ti senti sopraffatta
Per qualche giorno, osserva i tuoi pensieri, senza giudicarli né tentare di cambiarli. Osservali soltanto.
Noterai quanto spesso tornano sempre gli stessi.
Se emerge il bisogno di capire, prova a dirti: “Non devo capire tutto, adesso.”
Ci sono momenti in cui continuare a cercare risposte da sole diventa stancante e non perché tu non ne sia capace, ma perché alcune esperienze hanno bisogno di essere attraversate con un accompagnamento adeguato.
Non devi farlo per forza da sola.
Se percepisci che il dolore non è solo da “superare” ma da trasformare, allora forse non hai bisogno di capire di più, ma di cercare in un luogo diverso.
Un luogo in cui non tutto è da spiegare, giustificare, ma dove puoi lasciare andare il controllo, poco alla volta.
Questo è lo spazio che creo nel mio percorso.
Uno spazio in cui lavoriamo insieme, in profondità, a livello subconscio, cioè oltre il mentale per permettere a ciò che oggi sembra confuso di trovare una sua forma e tornare a respirare.
Nel mio percorso Trasforma la perdita in Rinascita attraversiamo insieme le 4 porte della Rinascita:
- Hurting: riconoscere la ferita
- Loving: prendertene cura
- Breaking: trasformare i condizionamenti limitanti
- Healing: permettere la guarigione

Ph. Marta Lualdi




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